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Storie e chicchi di grano

Negli anni Cinquanta, la vita quotidiana nei campi era molto dura e la meccanizzazione delle attività agricole era ancora lontana. L’autore di questo articolo racconta quanto fosse gravosa e imprevedibile la vita quotidiana dei contadini
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Il secondo conflitto mondiale è terminato, con la sua scia di lutti, tragedie, tanta miseria e tanta, tanta fame… L’agricoltura ne è uscita sconvolta e, in molte città italiane, la ingente carenza di generi alimentari non permette di avere più di 900 calorie al giorno.
L’Italia prebellica, infatti, era ancora un paese a economia prevalentemente agricola e nel 1945 si registrava una capacità produttiva ridotta del 37% rispetto al 1938. I danni, in questo ambito, erano valutati in circa 550 miliardi di lire.
Di fronte a questa disastrosa situazione, i governi postbellici, guidati da De Gasperi tra il dicembre 1945 e l’agosto 1953, con una serie di provvedimenti essenziali e mirati, riuscirono a riportare l’Italia a livelli accettabili.
A poco, però, sarebbero serviti tutti questi importanti interventi se, in quegli anni, i contadini e i lavoratori dei campi non avessero attinto ai loro saperi, alla loro esperienza e, soprattutto, non avessero impiegato tutte le loro fatiche per ridare forza ed energia alla loro terra, ai loro raccolti.
Ecco la testimonianza di un ragazzo di allora, lavoratore e attento osservatore di quei tempi durissimi.

Quando l’esperienza e i saperi dei contadini avevano un valore


Le origini


“La mia era una famiglia di braccianti, lo strato più basso della società del tempo, ma eravamo in numerosa compagnia. Erano i primi anni Cinquanta
Vorrei solo raccontare quello che ho visto, udito, annusato di quella vita di uomini e donne molto speciali per me, dei loro animali, dei loro attrezzi, le loro case, insomma una vita intera vissuta in funzione di quel piccolissimo chicco di frumento.
La vita dei campi mi affascinava, non so spiegarne i motivi, ma era così. La casupola dove vivevo dava sulla strada e, oltre la strada, un fosso e una siepe. E oltre ancora? Solo campi, a perdita d’occhio”.


Ricordi

“Un giorno i contadini, non so veramente se ‘contadini’ o ‘mezzadri’, stavano arando, dopo il raccolto. Io li guardavo e avrei dato qualsiasi cosa per partecipare all’aratura, in tutti i modi. Tanto feci e tanto dissi che mi presero, mi consegnarono una frusta, ero stato nominato ‘zarlador’, incitatore del tiro, avevo solo cinque anni! Povero tiro!
Tre coppie di vacche, meschine, tiravano un aratro che, in quanto a tecnologia, era di poco posteriore al Medio Evo. Il solco, 20 cm di profondità? Una pena, con gli occhi di oggi.
La pena maggiore, però, la faceva l’uomo all’aratro, la sua fatica per tenerlo in linea era superiore a quella delle vacche. Per sovrapprezzo, poi c’ero io che urlavo e frustavo le vacche sul culo per ‘incitarle’. Ripensandoci, mi sarei meritato una cornata da rispedirmi con traiettoria parabolica a domicilio”.

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Mezzanotte e mezza del 13 settembre, anno 2020, qui vicino a casa mia, da una vecchia villa patrizia, arrivano suoni e urla di una festa in corso. Sono in camera da letto e ho le finestre tappate, fa caldo, ma ho sempre il condizionatore pronto.


Il passato


“Provo a fare un salto indietro di sessantacinque anni con la memoria, i suoni erano diversi, molto più belli, più familiari, in sintonia con la natura. In quelle notti calde, le finestre erano completamente spalancate, serviva anche il più piccolo alito di brezza per un po’ di refrigerio. Poi… si udiva in lontananza il suono di un trattore.
Quelle notti erano silenziose, buie o con la luna, erano notti di campagna. Sentivi un cane che abbaiava lontano, forse aveva visto o sentito un animale notturno. Una volta i cani stavano fuori, alla catena, era brutto da vedere, ma era così.
Il clangore dei cingoli era l’altro suono delle notti di campagna. Era quasi una ninna-nanna, il loro incessante cling-clang, che sovrastava il ruggito di quel motore monocilindrico, che ce la metteva tutta per aprire il solco e ossigenare la terra.
Uno dei lavori più impegnativi era finito: la ‘campagna’ del grano”.


La campagna del grano

“A novembre dell’anno precedente i contadini avevano seminato, il frumento aveva germogliato, era cresciuto di un bel verde scuro come l’erba fresca e poi si era trasformato in una piccola spiga sempre verde.
Ora c’è il sole che scalda e la spiga si allunga e tende al giallo… continuerà e diventerà di un giallo scuro, quasi abbrustolita. Poi toccherà ai mietitori e alle trebbie che separeranno i chicchi dalla paglia e dalla pula.
Le terre sono ricoperte dallo strame, sono dure come pietra, è la terribile argilla dei nostri terreni che caverà il collo a quel povero trattore, che in quelle notti mi cantava la ninna-nanna.
I trattoristi aravano di notte, di giorno non si poteva, troppo caldo. Al calar del sole, mettevano in moto e aravano per tutta la notte. Un cingolato da 50 cavalli era considerato un trattore grosso, oggi ci sono cingolati da 500/600 cavalli che tirano aratri a 6/8 vomeri, hanno la cabina col condizionatore e ascoltano la radio”.


È l’una e 40, la festa è finita da un po’, non sento cani abbaiare lontano né cingolati che arano, che volete… sono passati sessantacinque anni.


La semina


“Quanto sudore, fatica, umana e animale, per mettere a dimora un piccolissimo seme. I contadini avevano arato, alzandosi anche alle due del mattino, perché le vacche e i buoi alle sette, alle otto erano sfiniti dalla fatica, col fresco della notte ce la facevano meglio, poi avevano passato l’erpice
… e la rifinitura con la zappa… ricordo delle fila di donne che, zappando avanzavano, la sera non avevano più lo sguardo umano, consumate dalla fatica.
A novembre si seminava, al traino a macchina o con le bestie e si sperava nella giusta stagione.


Ricordo che nell’89 “andò” una siccità terribile e, venendo da Roma, dove mi ero trasferito per lavoro, vedevo che in vaste aree il grano non era nato.
Carlo Marani, un amico, mi disse: “Il grano è un soldato che ha poca paura, ma quest’anno sarà una tragedia”.


Vita nei campi


“Nelle annate di allora, questi sconquassi non succedevano e in giugno vedevi questo mare giallo abbellito da tantissimi punti rossi: i papaveri. Oggi i trattamenti bruciano tutto, se vuoi un papavero te lo devi piantare.
Ed ecco la mietitura, anche qui una fila di uomini e donne che procedono e con la falce tagliano i ‘mannelli’ di spighe che ammassano e fanno i covoni. Li raddrizzano in gruppi di quattro, poi passerà il contadino che li caricherà sul carro tirato dalle solite vacche, li porterà in un punto ben preciso dell’aia e lì si farà il ‘barco’: un grande parallelepipedo rettangolare di covoni, con le spighe rivolte all’interno. Grandi teli verranno messi a protezione dalla pioggia e si attenderà il proprio turno per la trebbiatura”.

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La catastrofe

“Negli anni però sono successe varie tragedie. La cattiveria umana non risparmia nessuno e in piena notte… un assassino ti incendia il barco. La paglia secca brucia e brucia, voi di casa impotenti… i secchi non servono, ci vogliono i pompieri, quando arrivano è andato tutto, il grano… la tua fatica, hai perso tutto per un nemico vigliacco che non conosci… o forse sì”.


La trebbiatura


“È arrivato il momento della trebbiatura, un evento che, come un crogiolo, conteneva e mescolava gioia, soddisfazione del lavoro fatto e rappresentava per tutti un momento di lavoro collettivo e di festa. Sì, perché la trebbiatura si faceva nelle aie dei contadini, in quelle stesse aie dove si accendeva il fuoco e si cuoceva la carne e altro per la colazione e per il pranzo.
Ma procediamo con ordine. La sera prima bisognava piazzare la trebbia e il trattore nel posto giusto, cioè vicino al “barco” o ” barchessa” per facilitare il passaggio dei covoni ai ‘paglierini’ coloro che, in cima alla trebbia alimentavano il battitore, il componente rotante che spezzava le spighe. Le trebbie di allora erano di legno, mentre tutta la componentistica era d’acciaio. Serviva un trattore per spostarla e lo stesso per farla lavorare. Io ne ricordo sia cingolati sia a ruote”.


I macchinari


“Questi trattori erano tutti monocilindrici a testa calda perché andavano a nafta o a petrolio, ed essendo ‘mono’, avevano un grande volano esterno.
Facciamo un inciso: sicuramente avrete visionato i vecchi cinegiornali di propaganda del “ventennio”. In uno di questi, Mussolini lancia la ‘battaglia del grano’, con voce stentorea urla: «Camerata macchinista: metti in moto!» Prontamente l’’uomo obbedisce e la trebbia comincia il suo lavoro, possibile solo perché è collegata al moto del trattore con una grande cinghia di trasmissione. Mussolini poi, in pantaloni bianchi, berrettone bianco e occhiali da paglierino, comincia a lavorare.
È a torso nudo il Duce, mentre fa scendere le spighe nel battitore: beata propaganda! Curzio Malaparte scriveva… «spunta il sole, canta il gallo, Mussolini monta a cavallo…» …il maledetto toscano. L’unico elemento che i paglierini veri avevano in comune con Mussolini erano gli occhiali, gli stessi che i fabbri utilizzavano per la saldatura ossiacetilenica.
La polvere attorno alla trebbia era una roba da matti…e, attorno a quelle trebbie, i matti e le matte erano tanti e tante, era il loro lavoro, il loro mangiare”.

Tutti al lavoro!


“Ecco l’aurora, il ‘caporale’ decide che si può cominciare. Il caporale? Sì, ma questo caporale non ha i contorni malavitosi che siamo abituati a dargli. È un bracciante come tutti, al quale hanno affidato il compito di far marciare al meglio la squadra dei trebbiatori.
Il meccanico-trattorista deve avviare il trattore e qui m’è d’obbligo una spiegazione.
Non sono così vecchio da aver visto la Locomobile in azione a quei tempi, ma solo quello che è venuto dopo. Nell’immediato dopoguerra ricordo il CASE, americano, un rullo compressore stradale, che venne utilizzato anche come forza motrice per la trebbia.
Era un enorme macchinone con le sembianze di una locomotiva ferroviaria, ma andava a petrolio, i suoi meccanici erano due cugini e la sua messa in moto era problematica alquanto!
Questa bestia aveva un cilindro e annesso pistone, grandi come un bambino di dieci anni e la messa in moto era manuale. Uno dei meccanici lo chiamavano Manaco, io lo conoscevo bene, era il padre di un mio coetaneo, un faccione tondo da bonaccione… ma se il Case non partiva, erano dolori.
Con una enorme chiave inglese, Manaco lo faceva girare, cercava la compressione e una volta trovatala, tirava con forza… S-ciuf-s-ciuff s-ciufff…uffff… niente. Al quarto niente, andava in moto Manaco, lanciava per aria la chiave con pericolo di strage di braccianti e intonava una filastrocca di bestemmie da scrollare il divino trono.
Una volta partito, il Case poteva durare un anno, la trebbia, grazie all’enorme cinghione, si metteva in moto e la ‘battitura’ del grano aveva inizio

In questa ricostruzione amatoriale, potete vedere le varie fasi. la mietitrice meccanica, la mieti-lega, i trattori ORSI e LANDINI “testa calda”, ottimi per chi soffriva di mal di schiena, altrettanto per chi aveva problemi di dentiere, conveniva lasciarle a casa.

Dovevano scaldare la testa del motore, altrimenti non partiva. C’era tanto di tutto, rumore, polvere, urla, sete, in questi filmati stanno giocando, ma la vera trebbiatura era un’altra cosa. I paglierini, in cima alla trebbia erano i più impegnati, erano una casta.
Con gli occhiali antipolvere, alimentavano il battitore con maestria e ritmo, se mettevano dentro troppo in fretta, il battitore si ingolfava e bisognava fermare la trebbia e sgolfare a mano. Nell’ultimo filmato il grano esce pulito dalla bocchetta e lo fanno cadere in uno staio, recipiente di misura per granaglie.
A volte succedeva che la trebbia non lavorasse bene e la pula finisse nel grano, ferma tutto. Qui c’erano già le presse che sfornavano le balle di paglia, una bella comodità”.
Questa è la vera trebbiatura, molto bello, mi sono commosso, da vero vecchio coglione, ma non mi vergogno”.

Una giornata tipica


“Avete visto sommariamente, attraverso le ricostruzioni, il lavoro della ‘battitura’ del grano, dal vivo era affascinante. Noi ragazzi andavamo per fare casino, tutti avevamo uno o due genitori che lavoravano.
Le donne avevano sempre i lavori più disagiati. Alla mamma toccava sempre la rimozione della pula. Così, con buon anticipo si preparava la maschera antipolvere. Un vecchio fazzolettone da testa era l’ideale, all’interno della piega cuciva una larga striscia di cartoncino, (scatola da scarpe) quello era il ‘capanno’, come la visiera di un berretto. Un vecchio velo da chiesa messo davanti che fasciava tutta la testa, era il filtro. Un po’ serviva, altrimenti avrebbero dovuto fare un lavaggio completo dei polmoni. Se tirava vento, era un vero inferno.
La mescolanza dei rumori era particolare, a seconda di dove ti trovavi. Se andavi vicino all’Orsi a cingoli, al battito del motore si aggiungeva lo stridere dei cingoli, che andavano avanti e indietro. Il rumore della trebbia che andava a tutto spiano era ipnotizzante.
Improvvisamente, un urlo corale, il cinghione è uscito dal tamburo del trattore e una sberla dal cinghione poteva tramortirti. Si riprendeva e dalle bocchette usciva il grano, si sperava il più pulito possibile. Quando il sacco era quasi pieno, i facchini lo mettevano sulla bascula e aggiungevano o toglievano per fare il quintale. Poi il forzuto s’ ingroppava il sacco e lo portava al magazzino.
Alla pressa succedeva la stessa cosa, le balle venivano portate via e facevano una specie di costruzione al cui interno avrebbero alloggiato famiglie di conigli”.


Pausa


“Alle otto si staccava, avevano cominciato all’aurora, ora era tempo di colazione. Cappuccino e cornetto? Non scherziamo per favore! Qualcuno aveva acceso un bel fuoco per tempo, erano state messe griglie tutt’attorno e i braccianti tiravano fuori dalle loro sporte di paviera, la colazione. Il ‘castrato’ era il preferito, braciole di cosciotto o braciole di sottorognone, rarissime le fiorentine, discreta scelta anche per salsicce e pancetta e pomodori a volontà.
Le bevande, vino e acqua, ma la seconda la usavano più che altro per sciacquare il bicchiere. Mangiavano seduti per terra, le mani? Mai lavate! Durante questo intervallo si raccontavano fatti, gli uomini facevano gli spiritosi con le donne, ma in generale regnava un clima rilassato.
Finita la colazione, la baraonda riprendeva, il sole montava, il caldo e la polvere mettevano a dura prova quelle donne e quegli uomini, la sete diventava il vero nemico.
Ma ecco la ‘tavernara’ girare in cerca di assetati. Io ricordo l’Arminda. Questa donna dallo sguardo dolce, aveva un problema a una gamba, non poteva fare grossi sforzi, così lei assolveva il suo lavoro, dando da bere agli assetati.
Vino e acqua della casa, il bicchiere era unico, una sciacquatina e via. L’Arminda era la moglie di Manaco, l’incazzoso meccanico del Case. Così, in un rumore assordante, polvere, sudore, il sole a martello, si arrivava al tramonto.
Il trattore si fermava e dietro a lui la trebbia e la pressa. I braccianti tornavano alle loro case, stanchi, sporchi, si lavavano come potevano, le donne preparavano la cena e poi il letto. L’indomani avrebbero ricominciato, avanti così per un mese e mezzo. Una paga più che guadagnata.

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  • Racconto di Alberto Ghetti
  • Introduzione di Maria Cristina Cantàfora

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